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Appunti di una signora poco diplomatica


Sabina Spielrein


20 maggio 2007

30. LA TESI DI SABINA SPIELREIN (1)

Genesi e contesto storico
de “Il contenuto psicologico di un caso di schizofrenia (dementia praecox)”
tesi di laurea della dr.ssa Sabina Spielrein 

    La tesi di laurea di Sabina Spielrein rappresenta uno dei primi resoconti interpretativi della demenza precoce, ribattezzata con il termine “schizofrenia” dal Prof. Eugen Bleuler, direttore del Burghölzli, la famosa clinica psichiatrica dell’Università di Zurigo, dove la stessa Sabina era stata curata cinque anni prima dal dott. Jung.
   In contrapposizione alle teorie organicistiche allora predominanti, Bleuler aveva elaborato una teoria organico-dinamica, in cui i sintomi erano distinti tra primari, provocati direttamente dai processi organici sconosciuti, e secondari,   o psicogeni, derivati dai sintomi primari.
   Nel Burghölzli, Bleuler sperimentava tecniche allora ritenute rivoluzionarie, che potremmo definire “d’urto”, ma che erano limitate al trattamento del sintomo, non alla ricerca delle cause della malattia. 

   Bleuler riteneva che il sintomo fondamentale della schizofrenia fosse la perdita della tensione associativa, quindi chiese a Jung di fare esperimenti di “associazione verbale”, un lavoro di ricerca su vasta scala che diede risultati sorprendenti.
   La sperimentazione consisteva nella lettura di un elenco di parole alle quali il paziente doveva associarne altre; la registrazione degli intervalli di tempo intercorsi per l’associazione e la prevedibilità logica della scelta indicavano il “complesso” del soggetto esaminato, ossia l’ idée fixe subconsciente, una rappresentazione sottostante caricata emotivamente. Proprio grazie a queste ricerche Jung fu invitato nel 1909 dalla Clark University a tenere alcune conferenze. Contemporaneamente, e indipendentemente da ciò, vi fu invitato anche Freud, ed entrambi ricevettero la laurea in legge Honoris causa.   Ma proprio nel 1909 Jung cambierà rotta, e lo farà insieme alla Spielrein. 

   L’approccio terapeutico di Bleuler, limitato al trattamento del sintomo, non era ritenuto soddisfacente da Jung, che era invece teso alla   comprensione profonda   della personalità umana del paziente e della sua individualità. Jung voleva comprendere che cosa accade realmente nei malati di mente e questa esigenza lo indurrà ad esplorare nuove strade e ad intraprendere quel particolare e pericoloso percorso personale che gli farà rasentare la follia. 

   Inizialmente il metodo dell’associazione verbale aprì entusiasmanti prospettive e, grazie ad esso, Jung risolse parecchi casi clinici, ma rimaneva aperto un quesito fondamentale: poteva questo metodo rappresentare una prova ammissibile in tribunale?
   Purtroppo apparvero ben presto dei limiti insuperabili, poiché i “complessi” potevano emergere   anche in relazione ai personali e “soggettivi” sensi di colpa, totalmente indipendenti dalla “colpa oggettiva” richiesta dal tribunale. 

   In seguito Jung perfezionò il metodo combinando l’associazione verbale con l’interpretazione   dei sogni dei pazienti. Egli era rimasto colpito da “ L’interpretazione dei sogni ” di Freud, che inizialmente rappresentò un caposaldo teorico della sua metodologia; tuttavia, presto avvertì il limite interpretativo della teoria freudiana fondata sulla sessualità. 

   Per meglio definire la genesi ed il contesto storico del lavoro della Spielrein, è opportuno anche   prendere in considerazione come la psichiatria del tempo affrontava la malattia mentale. Ho scelto alcuni passi di Jung, tratti da “Ricordi, sogni, riflessioni” raccolti ed editi da Aniela Jaffé, per dare l’idea di quanto Jung fosse critico riguardo alla psichiatria ortodossa. 

(…) Grazie al mio lavoro con i pazienti mi resi conto che le idee ossessive e le allucinazioni contengono un nocciolo significativo. Nascondono una personalità, la storia di una vita, speranze e desideri. E’ solo colpa nostra se non riusciamo a capirne il significato. (…) 

Mi sono sempre meravigliato del fatto che la psichiatria abbia impiegato tanto tempo per prendere in considerazione il contenuto delle psicosi. Nessuno si chiedeva mai che cosa significassero le fantasie dei pazienti, e perché uno le avesse diverse da un altro; (…) Ai medici di quei tempi questi problemi parevano privi di interesse: i contenuti delle fantasie non erano presi sul serio, e si parlava genericamente solo di “idee persecutorie”. Così mi pare strano che le mie ricerche di allora oggi siano quasi dimenticate. Fin dal principio del secolo ho cominciato a trattare la schizofrenia con la psicoterapia: questo metodo, perciò, non è stato scoperto proprio di recente. Tuttavia ci sarebbe voluto ancora molto tempo prima che la psicologia fosse accolta nella psichiatria. 

Quando ero in clinica dovevo procedere con molta circospezione nel trattare i miei pazienti schizofrenici, per non incorrere nell’accusa di perdermi in fantasticherie. La schizofrenia o, come si diceva allora, dementia praecox, era considerata incurabile, e se con un malato si otteneva qualche miglioramento, si diceva semplicemente che non doveva essere veramente schizofrenia. 

(…) Naturalmente un medico deve avere familiarità con i cosiddetti “metodi”; ma deve guardarsi dall’applicarli in modo stereotipato. (…) Abbiamo bisogno di un linguaggio diverso per ogni paziente (…) L’importante è che io mi ponga dinanzi al paziente come un essere umano di fronte a un altro essere umano: l’analisi è un dialogo, che richiede due interlocutori. L’analista e il paziente seggono uno di fronte all’altro, gli occhi negli occhi: il medico ha qualcosa da dire, ma anche il paziente.
Dal momento che l’essenza della psicoterapia non consiste nell’<<applicare un metodo>>, il solo studio della psichiatria non è sufficiente. Io stesso ho dovuto lavorare ancora molto prima di possedere il bagaglio necessario per la psicoterapia. Fin dal 1909 mi resi conto che non potevo curare le psicosi latenti se non capivo il loro simbolismo, e fu allora che mi misi a studiare la mitologia.(…)

   E’ in questo contesto che va inquadrata la tesi di Sabina Spielrein, per coglierne l’aspetto innovativo e di “rottura” con la psichiatria del tempo, ma anche con la psicoanalisi di Freud. Anzi, si potrebbe dire che il lavoro della Spielrein abbia in un certo modo fatto da apri-pista al lavoro di Jung (“Simboli della trasformazione”) che sarà pubblicato l’anno dopo (1912). 

   Nel tracciare la genesi della tesi di Sabina, un altro tassello va aggiunto per contribuire alla comprensione dell’opera: Sabina Spielrein aveva partecipato   alla sperimentazione sulle associazioni verbali dapprima come paziente di Jung e poi come sua collaboratrice, anche se nelle biografie di Jung non vi è traccia della Spielrein come studiosa e ricercatrice. Motivo in più per presentare la sua tesi e dare così la risposta ad un mio quesito sui
misteriosi incontri del venerdì .
   E’ plausibile supporre che Jung e Sabina, subito dopo la terribile crisi del 1909, ripristinassero un loro equilibrio relazionale, determinato dal comune interesse per la comprensione della schizofrenia e che gli incontri a Kussnacht, nello studio di lui, vertessero proprio sull’analisi dei simboli onirici. E’ anche plausibile pensare che, essendo entrambi dei “pionieri” della psicoanalisi, si avventurassero nell’esplorazione del loro   inconscio e che proprio da questa   pratica analitica emergessero quei materiali che qualche anno dopo spinsero Jung a ricercarne i significati nell’alchimia.

   Un altro dato, relativo alla vita di Jung, mi sembra essenziale per comprendere fino in fondo l’intensità del rapporto con la Spielrein e la collocazione storica della tesi; ancora in “Ricordi, sogni, riflessioni” leggiamo: 

“Nel 1905 conseguii la docenza in psichiatria, e nello stesso anno fui nominato primario della clinica psichiatrica dell’Università di Zurigo. Tenni questo posto per quattro anni. Poi, nel 1909, fui costretto a dimettermi perché ormai ero sovraccarico di lavoro. Durante questi anni la mia clientela privata era aumentata talmente che non potevo più farcela ad assolvere tutti i miei compiti. Continuai, comunque, l’attività di docente fino al 1913”. 

   Il 1913 segnerà un’altra tappa critica nella vita di Jung e di Sabina, ma di questo ne parlerò in seguito. Adesso mi interessa chiudere il primo cerchio del mio lavoro: a partire dal 1909 e per i tre anni successivi, si apre per Jung e la Spielrein una fase di profondissima intesa professionale, per niente offuscata dalla crisi del loro rapporto sentimentale ma, anzi, generata ed alimentata proprio dai contrastanti sentimenti.
   Entrambi sono alla ricerca dei motivi profondi della loro pericolosa attrazione e sicuramente la vicenda apriva nuovi spiragli per la comprensione del transfert e del contro-transfert. Non solo: le ricerche sulle associazioni verbali e la combinazione di questo metodo con l’interpretazione dei sogni, induce Jung ad avviare gli studi sulla mitologia. Uno studio che lo assorbirà al punto da dimettersi dal Burghölzli, non solo perché oberato dal lavoro privato, ma anche perché ormai lontano dalle pratiche psichiatriche ortodosse. 
  
   La psicologia analitica   non può essere compresa a prescindere dalla vicenda umana di Jung, dal viaggio che egli stesso ha intrapreso nel proprio inconscio grazie al sostegno di una donna che, come sostiene il prof. Carotenuto,   ha rappresentato per lui l’incontro con l’Anima. L’Anima lo ha accompagnato nell’esplorazione interiore, personificando quella parte di sé che egli continuerà a ricercare per tutta la vita. Perché infine, ma solo per chiudere questo primo cerchio,   sarà proprio lei, Sabina, ad abbandonarlo. E Jung precipiterà nel fondo della nekia ,   rischiando di esserne risucchiato. Ma sino a quel momento l’opera dell’uno sarà specchio dell'altra, e viceversa, pagine di incredibile forza, coraggio e bellezza.

INDICE DEI POST SU SABINA SPIELREIN


14 aprile 2007

JUNG-SPIELREIN: LE DUE OPERE DEL CONNUBIO

   Dopo il ritrovamento dei documenti che rivelavano i rapporti tra Jung, Freud e Sabina  Spielrein, il prof. Carotenuto ha ricercato nei giornali scientifici  i lavori di quest’ultima, curando la pubblicazione di tutto ciò che gli è stato possibile rintracciare. Le opere della Dr.ssa Spielrein a nostra disposizione coprono un arco di tempo che va dal 1911  al 1925, ossia dalla pubblicazione della sua tesi di laurea nello Jarbuch for Psychoanalystiche und Psychopathologishe Forschungen sino al suo rientro in Russia. Carotenuto non esclude l’ipotesi che la Spielrein  abbia prodotto altre opere in Russia, nel periodo che va dal 1925 al  1941, anno della sua morte avvenuta a Rostov, sul Don.
   Ma veniamo alla tesi di Sabina, l’opera che segna l’inizio della sua carriera professionale, ma anche – a mio avviso – il suggello del connubio con Jung.
   Seguendo l’evoluzione della relazione Spielrein-Jung, mi sono convinta che il loro incontro sulla scena del mondo abbia contribuito in maniera determinante allo sviluppo del pensiero scientifico in campo psichiatrico, psicologico e psicoanalitico; come se i due, incontrandosi e  riconoscendosi l’uno nelle profondità dell’altra (animus-anima), avessero attivato un potenziale creativo straordinario, sino alla definizione di un impianto analitico che ha rivoluzionato le modalità diagnostiche e terapeutiche.

   Nella tesi “Il contenuto psicologico di un caso si schizofrenia (dementia praecox)”, analizzando  un caso clinico disperato, Sabina Spielrein dimostra  che è possibile  comprendere il linguaggio delle persone affette da schizofrenia e, quindi, comunicare per avviare l’intervento  psicoterapeutico; ciò significava aprire nuove frontiere nel trattamento dei disturbi psichiatrici, curare la schizofrenia con la psicoanalisi. Di più: attraverso il caso clinico in oggetto, Sabina dimostrava quanto Jung andava teorizzando nell’opera “La libido – simboli e trasformazioni” (“Simboli della trasformazione” nelle edizioni successive).

   Scrive a riguardo Aldo Carotenuto:
“(…) Si ha l’impressione che lo scritto della Spielrein accompagni idealmente il lavoro di Jung e viceversa, nel senso che lo scritto di Jung, basato esclusivamente su considerazioni teoriche, potrebbe in parte riferirsi al lavoro sul campo della Spielrein. In effetti Spielrein, nel tentativo di interpretare le comunicazioni di una paziente schizofrenica conferma l’ipotesi di Freud ma specialmente di Jung, vale a dire che il linguaggio schizofrenico non è illogico, anzi può essere letto e compreso soltanto alla luce di un linguaggio più arcaico che può essere fra l’altro direttamente legato al sogno”.

   Comparando “Simboli della trasformazione” di Jung con la tesi di laurea di Sabina, colpiscono i continui rinvii da un’opera all’altra, come in un discorso a due voci, un duetto, che comprova – se ancora vi fossero dubbi – l’intesa intellettuale nella conduzione di una ricerca scientifica che forse non poteva essere senza l’altrettanto profonda intesa emotiva e sentimentale. E’ chiaro che entrambe le opere nascono da un terreno esperienziale comune, in cui è difficile – pur nella originalità individuale – stabilire il confine tra le menti dei due autori.
(continua)

                                         

                                          Attempting the impossible - R. Magritte

Indice degli altri post su Sabina Spielrein


14 aprile 2007

Indice dei post su Sabina Spielrein





SABINA SPIELREIN

1.   Chi era Sabina Spielrein

2.   Il giovane medico:Carl Gustav Jung

3.   L'incontro:oltre il setting analitico

4.   Radiografia di un amore

5.   Manifesto d'amore: frammenti di una lettera di Jung alla Spielrein

6.   Anima & Animus

7.   Jung e l'immagine animica del femminile

8.  
Un "caso da manuale" o semplicemente amore?

9.   Alla radice dell'amore

10. Il funzionamento psichico dell'amore

11. Lo spazio romantico

12. Folie a deux

13. L'odio

14. Mascolinità & Femminilità

15. Piccole differenze

16. Il mio incontro con Sabina

17. Gli anni dell'amore e della distruzione

18. Emma Rauschenbach

19. Marie Louise von Franz

20. Le zone oscure

21. Il tradimento

22. Una straordinaria confessione: lettera di S. Spielrein a S. Freud

23. La soluzione prosaica di Jung

24. Sabina:donna di un secolo fa

25. Jung-Spielrein: un rapporto ambiguo e misterioso

26. Gli incontri del venerdì

27.
Jung & Sabina: la ricerca difficile

28. Jung, S.Spielrein e il frutto della passione sublimata

29. Jung-Spielrein: le due opere del connubio 

30. La tesi di Sabina Spielrein (1)


28 novembre 2006

28. Jung, Sabina Spielrein e il frutto della passione sublimata

   Sabina Spielrein si laurea nel 1911, con una tesi sull’interpretazione del linguaggio di una donna affetta da dementia praecox (schizofrenia), precedentemente seguita da Jung.
   E’ chiaro che dopo la crisi del 1909, Sabina e Carl Gustav hanno trovato un nuovo equilibrio: la loro passione ha subìto una profonda trasformazione e si è sublimata in qualcosa d’altro.
   Sabina è ancora innamorata, ma ha compreso ormai che nulla di più può aspettarsi dall’uomo che prima l’ha salvata dalla malattia, amandola, e poi l’ha rinnegata e infangata. Lei, comunque, ha perdonato ed è rimasta al suo fianco, poiché c’è dell’altro ancora a legarli, il sogno di un figlio e una missione da compiere.
   La passione, forse, è spenta; forse cova sotto la cenere. Ciò che divampa è puro fuoco creativo che si estrinseca nella scrittura di due opere che nascono e si sviluppano proprio in quel periodo:
- la tesi di laurea di Sabina, dal titolo “Il contenuto psicologico di un caso di schizofrenia”;
- “Simboli della trasformazione” di Jung, l’opera che segnerà la nascita della Psicologia analitica e la definitiva rottura del sodalizio, già in crisi, con Freud.
   Entrambe le opere corrono sul filo di un’unica intuizione: il linguaggio schizofrenico è arcaico e può essere compreso alla luce del mito. Questa intuizione, apparentemente bizzarra, consentirà a Jung di andare molto oltre, sino alla teoria dell’inconscio collettivo ed al recupero dell’alchimia come chiave interpretativa dei disturbi mentali. Ma procediamo per gradi, ripartendo dal paragrafo precedente, scritto molti mesi fa, in cui tentavo di ricomporre questa fase della vita di entrambi attraverso gli indizi bibliografici.

   Avevo lasciato Sabina nel momento in cui varcava la soglia dello studio di Jung, nella
villa sul lago di Kussnacht, un venerdì mattina. Riprenderò da quel momento la ricostruzione, lasciando libera la mia immaginazione, ma senza trascurare i documenti che comprovano alcuni fatti dati ormai per certi.
   Sabina è ancora innamorata, questo dato è indubbio, abbiamo i frammenti del suo diario; non sappiamo nulla dei sentimenti di Jung, ma poco importa, altri aspetti ci interessano in questo momento per comprendere la genesi di due opere che sono divenute miliari nella storia della psicoanalisi.
   Ridefiniamo i personaggi per ciò che ci è dato sapere:
- lui è un affermato psichiatra, un docente universitario; gira il mondo, tiene conferenze, è il pupillo di Freud; trascorre molto tempo nello studio: legge montagne di libri, riflette, annota;
- lei è ancora una sua studentessa, impegnata nella redazione della tesi di laurea; svolge il tirocinio al Burgholzli, dove segue un caso particolarmente difficile, che le è stato affidato proprio da Jung; tutti i venerdì si reca a casa del suo professore e ciò lascia presupporre che, in quel periodo, Jung non frequenti il Burgholzli; lei è molto motivata: sta lavorando ad un qualcosa di nuovo, che segnerà la storia della psichiatria e della psicoanalisi; tutti i venerdì prende il traghetto e raggiunge il Professore, coi fogli della tesi nella cartella ed i resoconti del caso che sta seguendo. 

   Strane ipotesi, un turbinio di intuizioni, sconcertanti idee si agitano nella mente di Jung… Il contatto quotidiano con i malati di mente lo pongono al limite dell’essere. Egli cerca una chiave per entrare davvero nella follìa, decifrarla, comprendere il senso del linguaggio dei pazzi, entrare nella loro logica. Riuscire, significherebbe rivoluzionare il trattamento della “dementia precox”, poi chiamata “schizofrenia”. L’obiettivo di Jung è quello di curare la schizofrenia con la psicoanalisi, ma per giungere a ciò è necessario trovare un “canale” di comunicazione con i pazienti, decodificare il loro linguaggio. 

   L’attenzione di Jung al linguaggio ed al valore diagnostico delle associazioni verbali risale a diversi anni prima. Ricordiamo a tal proposito il lavoro sperimentale da lui condotto in collaborazione con Franz Riklin, nel 1904-1905 e le successive ricerche (dal 1906 in poi) alle quali partecipò anche Sabina, dapprima come paziente, poi come collaboratrice. Sicuramente il fatto che Sabina fosse passata attraverso la malattia mentale, la rendeva particolarmente capace nella interpretazione delle associazioni verbali.  Sin da quegli anni, Sabina fu una preziosa e formidabile “mediatrice” tra Jung ed i pazienti.
   Non stupisce se, più tardi, di fronte ad un caso in cui la comunicazione con una  paziente risultava quanto mai difficile, Jung decidesse di fare affidamento sulle capacità interpretative di Sabina. Ovviamente le straordinarie intuizioni della sua collaboratrice dovevano essere sorrette da un impianto teorico, quello che lui si adoperò a definire proprio in "Simboli della trasformazione", un’opera ardua, che poté essere realizzata grazie alla perfetta sintonia intellettuale con la Spielrein e, soprattutto, grazie alla forza di quest’ultima che fu vera compagna, ispiratrice e sostenitrice. 
  Jung, in quegli anni, viveva una crisi profonda che lo induceva ad allontanarsi progressivamente dal mondo, da Freud, dall’ambiente accademico. Sabina non poteva permettersi di fare altrettanto: era giovane, aveva avviato contatti con Freud, seguiva la sua prima paziente, voleva laurearsi e dedicarsi alla professione che amava. 
   In questa fase, Sabina rappresenta il tratto d’unione tra la vita interiore di Jung ed il mondo esterno. Sabina  sostiene ed accompagna l’uomo che si è avventurato in un pericolosissimo viaggio nel profondo, lo afferra e lo riporta in superficie quando lui rischia di perdersi negli abissi della mente. Da questo sodalizio nasceranno i fondamenti teorici della psicologia analitica junghiana e sarà Sabina, prima in assoluto, a sperimentarli nella pratica psichiatrica.

   Non dico niente di nuovo sostenendo che la tesi di laurea di Sabina è frutto di un’esperienza sul campo resa possibile dall’impianto teorico che Jung, contemporaneamente, andava definendo attraverso la scrittura di “Simboli della trasformazione”; il prof. Carotenuto ha chiaramente evidenziato questo aspetto, comparando ed evidenziando gli intrecci tra le due opere.
   Ciò che mi sentirei di aggiungere, ma si tratta solo di un’opinione personale scaturita dalla considerazione dei diversi livelli del rapporto Jung-Spielrein (sentimentale, umano, intellettuale, professionale), è che le due opere, “Il contenuto psicologico di un caso di schizofrenia” della Spielrein e “Simboli della trasformazione” di Jung, si possono pienamente capire se inquadrate all’interno di una storia d’amore in cui i due amanti avevano sognato di poter generare un figlio, un figlio che avrebbero chiamato Sigfrido. 
  
   Sigfrido non nascerà mai ed altro sarà il frutto della passione sublimata.

(continua)



INDICE DEI POST SULL'ARGOMENTO


3 maggio 2006

JUNG & SABINA: LA RICERCA DIFFICILE

Ho scritto l’ultimo post su Sabina Spielrein il 25 gennaio scorso, ma non ho riposto nel cassetto l’idea di arrivare da qualche parte, né ho dimenticato che alcuni amici seguivano con interesse la mia ricostruzione.
Ho cercato ancora, nel frattempo, e letto molto, assistendo con un po’ di sconcerto all’aumento del materiale bibliografico, ai nessi, alla necessità di annodare per tenere tutto insieme e di scavare ancora per ricercare il senso. Un lavoro immane, che non prevedevo quando ho cominciato a parlare di lei. Un lavoro che non è adatto ad un blog, non al mio blog “estemporaneo”, che non ha alcuna pretesa di essere un blog di divulgazione.
Torno a parlare di Sabina, sintetizzando al massimo, per portare a compimento un percorso intrapreso molti mesi fa. Lenta e discontinua, come sono stata e sono nella vita in molte cose, ma caparbia nell’arrivare sino in fondo e portare a compimento le cose intraprese. Lo faccio per me, per non smentirmi, e per gli amici che per un bel pezzo mi hanno accompagnata mentre seguivo le tracce di Sabina. Lo faccio, ancora una volta, per Sabina, piccola donna innamorata, grande e misconosciuta scienziata.

Ho lasciato Sabina verso la fine del 1909, alla ripresa della relazione con Jung, dopo una terribile crisi. Il loro rapporto è sicuramente cambiato: la passione che li animava e li univa ha subito i contraccolpi della realtà; sono entrambi doloranti, ma ancora incapaci di allontanarsi. Sono cauti, attenti a non ricadere nel vortice dei sentimenti, ma non disponibili a rinunciare l’uno all’altra, a ciò che ancora possono darsi sul piano umano e scientifico.
Entrambi sono impegnati in una ricerca che li sta conducendo nel profondo; una ricerca difficile e rischiosa, che devono compiere prima di tutto in se stessi. Camminano per mano e si sostengono, Anima e Animus, facce ancora inesplorate della personalità: un uomo ed una donna che si compenetrano in quegli strani e misteriosi incontri del venerdì.
Strane ipotesi, un turbinio di intuizioni, sconcertanti idee si agitano nella mente di Jung… Il contatto quotidiano con i malati di mente lo pongono al limite dell’essere. Egli cerca una chiave per entrare davvero nella follìa, decifrarla, comprendere il senso del linguaggio dei pazzi, entrare nella loro logica. Riuscire, significherebbe rivoluzionare il trattamento della “dementia precox”, poi chiamata “schizofrenia”. L’obiettivo di Jung è quello di curare la schizofrenia con la psicoanalisi, ma per giungere a ciò è necessario trovare un “canale” di comunicazione con i pazienti, decodificare il loro linguaggio.
Jung ha già lavorato per alcuni anni sulle associazioni verbali, ha misurato i tempi delle reazioni e delle risposte… Sabina lo ha accompagnato, affacciandosi nel laboratorio dapprima come paziente, poi come studiosa e ricercatrice.
Adesso non è più la ragazzina fortemente disturbata, con la lunga treccia sulla schiena, arrivata quattro anni prima al Burgholzli, famosa clinica psichiatrica del dott. Bleuler, in stato di grande agitazione .
Adesso Sabina entra nella clinica con la cartella sotto al braccio, indossa un tailleur e un cappellino con la veletta, i capelli sono raccolti in una crocchia e cammina spedita per i lunghi corridoi della clinica, in cui ha uno studiolo. Si sfila la giacca ed indossa un camice bianco. Segue una paziente, una donna affetta da una grave forma di schizofrenia. Sabina ne registra il linguaggio, le espressioni sconnesse, assurde, insensate. E di quei discorsi ne fa oggetto della tesi in psichiatria. Jung le è accanto, sempre, anche quando materialmente non c’è. Da questa unione spirituale e da questo sodalizio scientifico entrambi traggono forza ed idee.
La paziente parla, Sabina annota, raccoglie, interpreta. A sera, nella stanza della sua pensione, Sabina apre la cartella, estrae gli appunti, li riordina. Studia, legge, aspetta…
Come può aver vissuto Sabina quel suo tempo di studentessa innamorata del professore? Frequenta degli amici, colleghi dell’università. Sogna, come tutte le giovani donne. Ha 24 anni. Ama la musica, ma tornerà più tardi ad una vecchia passione: il pianoforte. Per ora il suo obiettivo è quello di conseguire la laurea. Tiene un diario, di cui ci restano frammenti, in cui annota gli sguardi dell’uomo che ama, le parole, gli incontri. Niente ci dice degli incontri del venerdì.
Si alza presto, Sabina, il venerdì mattina. Si prepara con cura. Prende il traghetto per giungere nella nuova casa di Jung, la villa di Kussnacht, sul lago. Quando arriva, incrocia i figli dell’uomo che ama. Talvolta deve attendere prima che lui la riceva nello studio. Non vi è alcun rapporto tra Sabina ed Emma, la moglie di Jung. L’uomo le ha proposto in passato di fare amicizia con la propria moglie, ma era chiedere troppo ad entrambe.
La porta dello studio si apre, Jung appare in tutta la sua maestosità e il suo fascino, la fa accomodare, richiude la porta. Possiamo immaginare un’accelerazione del battito del cuore. Del cuore di Sabina certamente.

(Indice degli altri post sull'argomento)


25 gennaio 2006

26.SABINA E C. GUSTAV: GLI INCONTRI DEL VENERDI'

                                                      
Siamo ancora nel 1909. Nonostante lo  scandalo e la crisi, Sabina e C. Gustav continuano la loro relazione. Per altri due anni ancora, oltre alla frequentazione ufficiale per motivi accademici, essi si incontreranno “privatamente” una volta alla settimana, nella mattina del venerdì, alle ore 9.00, nello studio di lui. Questa circostanza è passata quasi del tutto inosservata.
Cercherò di contestualizzare i loro incontri e di azzardare un’ipotesi.
Nell’autunno del 1909 Jung lascia l’appartamento interno al Burgholzli e si trasferisce con la famiglia nella nuova residenza a Kussnacht. Fino a quel momento, la famiglia Jung aveva occupato un appartamento di 3 stanze sotto l’ultimo piano a destra dell’ingresso dell’edificio principale dell’ospedale, immediatamente sopra l’abitazione di Eugen Bleuler. Nell’atmosfera monastica del Burgholzli, C. Gustav aveva condotto una vita tutta dedita al lavoro ed allo studio, scandita dalle abitudini e gratificata dalle comodità.

Il trasferimento a Kussnacht coincide con un rallentamento della vita accademica, l’affermazione della sua fama all’estero, la moltiplicazione degli inviti a tenere conferenze in America, Inghilterra e Germania, l’acuirsi della crisi matrimoniale.

A Kussnacht Sabina si reca tutti i venerdì. Perché? Che tipo di rapporto si delinea tra Jung e Sabina nell'ultimo scorcio del 1909, dopo la crisi?

Il 23 settembre del 1909 Sabina scrive nel suo diario:

“(…) Il risultato finale più importante della nostra conversazione è stata la consapevolezza che noi ci amavamo di nuovo teneramente. Il mio amico ha detto che dovevamo stare sempre in guardia per non innamorarci di nuovo, che eravamo sempre pericolosi l’uno per l’altra. Mi ha confessato che finora nessuna donna sarebbe in grado di sostituirmi. E’ come se avesse una collana, di cui tutte le altre adoratrici fossero le perle e io il medaglione. All’inizio era arrabbiato perché non gli avevo ancora mandato il mio lavoro e perché non avevo fiducia in lui, poi si è fatto sempre più tenero. Alla fine si è premuto più volte le mie mani sul cuore, dicendo che ora doveva cominciare una nuova era. Chissà cosa voleva dire con questo? Ci rivedremo o non ci rivedremo? Io sono troppo orgogliosa per andare da lui e lui non può venire da me per motivi importanti. Come andrà a finire?”

I due si rivedranno. Sabina e Jung si amano ancora, ma – oltre a questa - vi è anche un’altra consapevolezza: quella di dover rinunciare. Jung “sta in guardia” per non ricadere, anche se non si risparmia momenti di tenerezza. Molte cose ancora legano i due, e qui vi è l’intreccio tra l’opera e il sentimento. Sabina accenna al suo “lavoro”, si tratta della tesi, in cui non solo elaborerà l’insegnamento assorbito da Jung, ma manifesterà una capacità fuori dal comune nella comprensione e nell'interpretazione del linguaggio simbolico.

Vedremo che l’intreccio tra eros e logos porterà i due a scrivere opere straordinarie. Saranno forse il frutto di una sublimazione dell’amore impossibile, ma proprio in questo è il fascino della loro storia d’amore e della loro vicenda umana.
E dunque, gli incontri del venerdì, sono gli incontri tra due amanti che probabilmente non osano sfiorarsi neanche con un bacio, ma che attraverso la parola giungono all’unione delle anime.

La mia ipotesi è che Sabina e Jung si siano, incoscientemente, addentrati nell’esplorazione profonda, compenetrandosi (analizzandosi reciprocamente) e “vivendo” simbolicamente ciò che loro non era dato vivere nella realtà.
In questi incontri dell’anima è “concepito” Sigfrido, il bambino ardentemente desiderato, mai avuto; in questi incontri dell’anima entrambi portano a maturazione le idee dalle quali svilupperanno le opere più significative:  Simboli della trasformazione (Jung), Il contenuto psicologico di un caso di schizofrenia (dementia praecox) La distruzione come causa della nascita (Spielrein). 

 INDICE DEI POST SU SABINA SPIELREIN


26 dicembre 2005

25.JUNG-SPIELREIN: UN RAPPORTO AMBIGUO E... MISTERIOSO

                                                  
                                                                Renè Magritte - Le therapeute


Dopo lo scontro con Jung, Sabina è sconvolta. Si allontana per qualche giorno da Zurigo e si rifugia in campagna, nella regione di Orselina. Qui viene raggiunta da due lettere “brevi e aride” di Jung, il quale la informa che quel venerdì, giorno del loro settimanale appuntamento, lui sarebbe partito.
“In questo modo l’avvenimento doloroso si aggiusterà meglio”, scrive Jung.
Di queste due lettere non sappiamo altro.

In campagna, a contatto con la natura, Sabina ritrova la calma e l’equilibrio. E’ in grado di auto-analizzarsi, di approfondire la conoscenza dei propri sentimenti senza perdere in lucidità e consapevolezza; così scrive:
“Orgoglio? L’amore è più importante! La perdono perché La amo nonostante tutto. Anche per l’orgoglio è una grande soddisfazione quando si può perdonare. Vada pure, si goda la vita come vuole e dove vuole”.
Poi, però, per prudenza, non spedisce questa lettera a Jung.
Cosa significa? Perché Sabina ritiene di non dover spedire questa lettera per prudenza?

Penso che nel rapporto Jung-Spielrein, ad un certo punto, proprio in seguito alla crisi del 1909, si determini un rovesciamento dei ruoli. Quando l’idolo crolla, quando Jung si rivela in tutta la sua umana debolezza, quando tocca il fondo e la paura lo induce ad inaudite meschinità, Sabina comprende e decide di rimanere al suo fianco per aiutarlo a risalire la china ed a recuperare in dignità ed autostima.
L
a donna dice chiaramente, in una delle lettere a Freud, che non vuole definire Jung un mascalzone, anche se ne avrebbe tutti i motivi, per non rafforzare in lui il convincimento di esserlo davvero.

Sabina valuta oltre le apparenze, conosce a fondo Jung. Gli eventi spiacevoli del 1909, pur tra mille sofferenze, le hanno permesso di conoscere un altro aspetto dell’uomo. Dopo averne accolto ed amato l’essenza, Sabina decide di accoglierlo nella sua totalità. E di aiutarlo.

Durante la mia ricerca, incrociando e comparando i documenti a disposizione, mi sono resa conto che Sabina comprende, sin dal 1909, le difficoltà di Jung, quelle che sarebbero esplose circa tre anni dopo e che nella biografia di Brome vengono indicate come “esaurimento nervoso”. Sabina percepisce che Jung cova qualcosa, del resto l’esperienza personale della psicosi la induce a comprendere dal di dentro il disturbo, a coglierne subito i segni e, soprattutto, a saperli leggere ed interpretare, come dimostra mirabilmente nella sua tesi di laurea; inoltre, l’esperienza analitica con Jung, gli studi in psichiatria, la sperimentazione sulle associazioni verbali ed il tirocinio presso il Burgholzli, la dotano di una sufficiente esperienza per poter effettuare una diagnosi… Ma, rispetto a Jung, è troppo coinvolta emotivamente e sentimentalmente per fare una diagnosi. Perciò scrive a Freud.

Nelle lettere a Freud, Sabina racconta la propria sofferenza, ma descrive anche i comportamenti strani e inspiegabili di Jung. La donna si esprime con tatto e delicatezza… affinché Freud capisca; in fondo è ancora soltanto un’allieva, non può permettersi di confidare apertamente i sospetti sulla condizione psichica di Jung. 

Il triangolo Spielrein-Jung-Freud comincia a delinearsi. Presto Freud apprezzerà la perspicacia e la preparazione di questa donna, presto scoprirà le ambivalenze del suo collega e pupillo. Ma chi davvero vede oltre le apparenze del brillante analista, è proprio la Spielrein.

Ambiguo e misterioso il rapporto Jung-Spielrein negli anni che seguono: scarsa documentazione e grande riserbo da parte di junghiani e freudiani, studiosi e biografi. Che ci farà ancora Sabina nella vita di Jung?
Squarceremo il velo per dare il riconoscimento dovuto a questa donna.

(continua)




permalink | inviato da il 26/12/2005 alle 23:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (22) | Versione per la stampa


14 dicembre 2005

24.SABINA: DONNA DI UN SECOLO FA

Nella lunghissima lettera a Freud, scritta in 10 giorni, dal 10 al 20 giugno 19009, Sabina ripercorre la sua storia d’amore, senza comprendere i motivi del brusco voltafaccia di Jung e della sua cattiveria gratuita. Non le rimarrebbe che ammettere di aver amato un mascalzone, ma è questo che Sabina non vuole. E’ convinta che Jung sia un grande, non vuole rinunciare a questa convinzione. Pensa che ci siano motivi nascosti, forse insondabili. Quindi scrive a Freud, al maestro, profondo conoscitore dell’animo umano, per essere aiutata a capire.
In realtà, gli eventi successivi dimostreranno come invece sia stata proprio Sabina a dare a Freud una chiave per comprendere Jung e le sue ombre, quelle che avveleneranno il rapporto tra i due analisti, sino alla rottura dell’amicizia e del sodalizio intellettuale.
Credo che la lunga e sofferta lettera di Sabina segni, in questa storia molto amara, un punto di non ritorno.  
Di certo Sabina vive i passaggi successivi con la consapevolezza e la forza di una donna che non vuole rinunciare al proprio sogno d’amore e che perciò è decisa a lottare con tutte le sue forze per salvare l’immagine dell’amato.
Sabina sa che il suo sogno è irrealizzabile, non tanto e non solo perché lui è sposato, ma perché è fondamentalmente incapace di mettere in discussione la realtà. Jung è un uomo, uno studioso, in grado di addentrarsi nei varchi più bui della mente e di vivere coraggiosamente queste esplorazioni, ma su un piano puramente simbolico. Sul piano della realtà è un uomo perfettamente adattato al sistema sociale, familiare, accademico di cui è parte e di cui gode vantaggi e privilegi.
Sabina è una pioniera. Misconosciuta, svantaggiata per il semplice fatto di essere donna, una donna di un secolo fa.
Jung l’allontana, ma lei vuole la verità. Giunge a questa determinazione proprio grazie ai lunghi anni di analisi con l’uomo che ama. E' decisa.
I due hanno un incontro… dovrebbero chiarirsi, ma lui è confuso. E’ chiaro che Jung non vuole perdere Sabina, che vorrebbe mantenerla legata a sé, ma senza nulla concedere. Egli misura le parole, dice e non dice… A tratti si difende e perciò diventa offensivo.
Lei ascolta, ma dentro di sé ingigantisce la voglia di baciarlo. Lo bacerebbe se lui non fosse così duro, chiuso in un’ambiguità impenetrabile. Senza rendersene conto, Sabina afferra un coltello e tenta di colpirlo. E’ cieca di rabbia, di amore frustrato, di orgoglio ferito. Lui si difende, le strappa il coltello di mano. Lei gli molla uno schiaffo e fugge sconvolta. Prende un tram. Qualcuno le fa notare che la sua mano sinistra è insanguinata. Sabina è presa dal terrore, pensa di averlo ferito con il coltello e di essersi sporcata del sangue dell’uomo tanto amato. 
Quando si lava le mani, scopre un graffio. Non ha colpito, ma è stata colpita.

(continua)




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